sabato 13 agosto 2011
Bonaccia
Furono cinque minuti di convenevoli, poi sbroccò: la verità, la verità è che sono in difficoltà. Non so se è una questione di accenti sulla "a". Sono confuso: nel senso che mi sento perso, per davvero. Ho sempre disprezzato questo modo di dire; ora lo trovò così chiaro e semplice e te lo dico: completamente persa è la mia bussola. Sono perso. I tempi morti, che forse un po li ho cercati, mi hanno travolto. Mi hanno portato, fra le altre cose, qui a rovistare sulla mia calligrafia, su questo inchiostro stagionato. Nulla mi aggrada. Nulla.
Anche queste parole, che ti sto dicendo adesso, so bene non andare bene. Essere limitate dalla mia attule deficienza. Sono come handicappato, debilitato, monco. Arteriosclerotico delle emozioni, delle sensazioni, delle idee, degli spunti, del coraggio, della forza.
Completamente sterilizzato, annichilito, sventrato, spappolato.
Non so, forse potevo stare calmo, non spaventarti, e dirti: sono un attimo scoglionato. Ma forse è da troppo che sono scoglionato. Forse è qualcosa di più serio.
Terminò così il suo monologo. Giacomo abbassò lo sguardo, si portò le dita al mento in un gesto eloquente di riflessione. Aprì la bocca, ma si ammutolì.
Poi un urlo "BONACCIA".
venerdì 22 luglio 2011
Tutti quei film che abbiamo detto adesso ce li vediamo - Palombella rossa
Palombella rossa è un film complesso, arzigogolato e non può essere altrimenti perché è il film de “i troppi pensieri fanno bene”, dove la parola sbagliata e, più radicalmente, la parola scritta corrompono i concetti anziché renderli chiari e patrimonio di tutti.
Un film che tenta di catturare il presente: è il 1989 e qualche mese dopo la sua scrittura cadrà il muro di Berlino, ma è già momento di verifica per chi si sente e si crede “comunista”. Credere non è una parola a caso, perché Palombella rossa è un film anche sulla fede, proprio così: a spiegarcelo è il giovane ragazzo cattolico, uno dei personaggi più buffi e comici fra quelli creati da Moretti in questo suo film, in uno scambio di battute indimenticabile: fra le altre cose, Simone dice a Michele Apicella “Tu credi nel tuo lavoro, tu sei credente”.
Quindi un film sulla fede e sulla relativa crisi di fede, dalla quale per uscirne o, almeno, tentare di uscirne è necessario un percorso, il quale si articola nella memoria e nell'allegoria della partita di pallanuoto. In soli ottantanove minuti, che sembrano scorrere lentissimi, Palombella rossa cerca allora di districarsi fra più materiali: dal flashback con tanto di super8, al film sportivo, agli interventi affidati al Dottor Zivago, vera e propria allusione ad uno spirito romantico che oramai sembra perduto. Nostalgia e malinconia pervadono il film, soprattutto nelle toccanti scene al termine della partita dove il protagonista ricorda la madre, morta come lo è il sogno del socialismo reale, e il dolly sulle madri che asciugano i capelli ai figli. In questi fotogrammi la sintesi di tutto il film: il contrasto fra primi piani e scene di massa come rappresentazione della distanza fra l'utopia di una società di massa più giusta ed equa e le spinte individualistiche, poste da Moretti come proprie della natura umana in un altro flashback: Michele bambino entra nel terrazzo del vicino per rubare il dolce tanto agognato.
Ma il film tocca tanti altri temi: dal linguaggio al giornalismo(e dunque il linguaggio del giornalismo) fino al mantenimento della memoria storica (la distanza fra Michele e il fascista, l'accettazione dei “facili schematismi”) passando per una critica, che è satira feroce, dei dirigenti del P.C.I.
Dicevamo del linguaggio e della parola scritta, che è corruttrice: per Moretti è quindi l'arte che salva? Sembra così: è il Dottor Zivago a commuovere il protagonista, a dirci cosa sente dentro a livello sentimentale, perché altrimenti sarebbe solo un ripetersi di frasi ed espressioni inadeguate e fastidiose come “matrimonio a pezzi” e via dicendo; quando gli animi si accendono è “I'm on fire” di Bruce Springsteen a riportare la calma; “E ti vengo a cercare” è l'unico modo per rispondere durante la Tribuna elettorale.
Moretti però non consola: il rigore decisivo viene sbagliato e il finale non è che “parodia di un finale consolatorio, quasi un finale stalinista da realismo socialista”(Nanni Moretti, intervista in Script, Dino Audino Editore). Dunque l'utopia comunista ha fatto il suo percorso (a palombella, come suggerisce il titolo), ma il piccolo Michele ride, quasi suggerendo una presa di posizione radicalmente relativista e lasciando ampio spazio per riflessioni ed analisi.
In conclusione possiamo affermare che Palombella rossa è un film certamente politico, ma che muove da profonde riflessioni intime del suo autore, non liquidabile come “un film sulla fine del partito comunista”. A dispetto del successo ricevuto soprattutto successivamente, è con quest'opera che Moretti firma il suo autentico capolavoro, firmando con sobrietà registica e una scrittura originale ed acutissima l'apice della sua palombella artistica.
Poi, per dirla tutta, non è che adesso si fan solo pseudo recensioni di film, qualcos'altro da scrivere lo troveremo. Forse.
lunedì 11 luglio 2011
Tutti quei film che abbiamo detto adesso ce li vediamo - Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto
L'altra sera sembrava si dormisse da Davide. Che ha detto "guardiamoci un film" e c'aveva tutta una collezione di dvd di cinema italiano e c'era questo film di Elio Petri lì e io ho detto "Guardiamo questo". Poi il sonno aveva preso il sopravvento(si veniva da una serata "dura e senza compromessi") e si era rimandato tutto al giorno dopo che era domenica scorsa.
Nonostante lo scetticismo di Infa, lo guardiamo dopo cena. Beh che dire? E' un bel film sul potere, sul "chi controlla i controllori?". Mi ricorda un po' un pezzo di Ascanio Celestini al Festival No Dal Molin di qualche anno fa. Ma qui si spara alto, è una questione di potere a livello di massimi sistemi. Potere che è anarchico per sua definizione; ad un certo punto spunta fuori pure il Marchese de Sade che a Maniglio si sono illuminati gli occhi. Dovete sapere che gli è piaciuto moltissimo Salò o le 120 giornate di Sodoma che in fin dei conti, tira di qua e tira di là è un film distante a livello visivo e ovviamente anche per trama, ma tematicamente vicinissimo.
Petri è decisamente più giornalista e meno visionario di Pasolini, è il film sta tutto lì nella sceneggiatura. Per carità, nemmeno a regia c'è da lamentarsi, piuttosto si segnala un certo interesse verso i primi piani stretti stretti. Strepitoso Volonté, ottime musiche(firmate Morricone). Nonostante i flashback, le parti oniriche e gli psicologismi è un film narrativo non lontanto dai canoni convenzionali, efficace e assolutamente apprezzabile. Petri non concede nulla alle emozioni, ma va dritto per la sua strada(scontando però qualche banalità) consegnando alla storia del cinema un personaggio indimenticabile ed un finale veramente notevole con tanto di enigmatico rimando a logge massoniche o simili.
Infine, visto che stiamo su un personal blog, mica il Vangelo insomma!, dico la mia: meglio, e non solo per una questione anagrafica, del pur ottimo Salò di Pasolini, decisamente troppo appesantito da una spettacolarità talvolta gratuita.
Eh si, ce lo saremmo dovuti vedere tutti insieme.
sabato 9 luglio 2011
Lettere al direttore
Penso non ve ne siate accorti visto che in pochi l'hanno fatto, ma il sottoscritto da qualche mese è direttore de Il Giornale. Un attacco hacker al nostro sito web e il lavoro certosino delle forze del male, ha fino ad ora impedito il cambio editoriale che volevamo imporre. Diciamo che una copia su cinque de Il Giornale è quella vera, diretta da me. Il restante 80% è un complotto della P4, credo. Ora, per chiarirci, vi spiego che abbiamo virato su un target nuovo: le casalinghe e i sedicenni delusi dalla vita. C'é una bellissima rubrica di Marcello Veneziani, "La sedia", in risposta a "L'amaca" di Michele Serra, solo più gay. Oltre a questa e altre innovative scommesse che v'invito a scoprire in edicola(a Pantelleria c'è solo la nostra versione, quindi se siete di là non c'è problema), ci sono le lettere al direttore. Volevo pubblicarne una qui, dato che il nostro portale web è attualmente in mano agli hacker governativi.
Caro direttore Sallusti,
come va? Le scrivo, cosa affatto facile per me la posso assicurare, perché vivo notti tormentate e giornate difficili. Un tarlo si è lentamente ficcato nella mia testa, giorno dopo giorno, ed ha iniziato a picchiettarmi prima, martellarmi poi. Per la testa da troppo tempo mi gironzola quest'idea: vede, noi esseri umani non comunichiamo affatto fra di noi, se non cose concrete: ad esempio se io dico a mia moglie, mentre siamo a tavola, "passami l'acqua", ecco che lei mi passa l'acqua. Bene, tutto a posto. Immaginiamo ora che mia moglie abbia letto su qualche rivista salutista che bere acqua durante il pranzo è sconsigliabile: io le chiedo di passarmi la bottiglia per abbeverarmi e lei dirà che no, non può, è sconsigliato, non fa bene, è meglio di no, lascia perdere etc etc Poniamo ora che mia moglie sia molto cocciuta(ed è vero, essendo lei dell'Ariete!): nonostante le mie lamentele e le mie sempre più insistenti richieste, lei si ostinerà a non passarmi l'acqua.
Per carità nessun problema, mi alzo un attimo e raggiungo la bottiglia prima troppo lontana. Mi verso l'acqua nel bicchiere e mi disseto.
Infatti era un esempio: c'è o non c'è un problema di comunicazione? Ma non dico in famiglia, cioè era un esempio. Dico nel senso che non vi era modo alcuno per comunicare la mia sete. E da qui il mio problema: non sono forse gli essere umani tutti dentro ad una scatola, ognuna diversa, ognuna in fondo persa per i fatti suoi? Non c'è forse un problema di traduzione del pensiero, non è forse impossibile far si che le mie sensazioni, emozioni e pensieri giungano in maniera accettabile all'interlocutore? Del resto io non mi aspetto affatto che Lei capisca l'emozione con cui scrivo queste parole.
Oggi io ho paura. Paura di non essere visto dagli altri per come sono davvero e di non vedere gli altri per come sono davvero anche loro. Insomma, di non essere riuscito davvero nemmeno un istante ad apparire per com'ero e come sono e di non riuscire mai a mostrare come sarò. Le mie parole, per quanto espresse in una grammatica corretta o meno, in una lingua conosciuta o meno, ma anche i gesti, le espressioni, il tono della voce, i fremiti, tutta questa vasta gamma di comunicazione verbale o del corpo o di che so io, non passa forse per un filtro troppo stretto, inadeguato? Un muro invisibile ci separa l'uno dall'altro, ci tiene slegati per l'eternità e ci dona l'illusione della comprensione. Non è così forse? Siamo soli.
Ecco, vorrei trovare un senso a questa cosa, anche se questa cosa un senso non ce l'ha.
Caro direttore, disilluso la saluto augurandoLe buon lavoro e buona fortuna!
Vasco R.
Caro signor Vasco, volevo dirle che non sono Sallusti.
Ciò detto, mi ha colpito molto la sua lettera: il tema che Lei affronta è stato oggetto delle poesie più belle, dei quadri più immaginifici, dei film più commoventi etc etc Siamo davvero in grado di comunicare agli altri quello che veramente vogliamo dire? In certi casi si, lo dice lei stesso. Altre volte le parole(ma anche le immagini o, perché no, il contatto fisico) non sembrano bastare. Penso però che a volte, con le persone giuste, sia possibile capirsi al volo. Si creano delle situazioni di affinità straordinarie, situazioni che io chiamerei "momenti roxy bar". E' per quei momenti che vale la pena vivere, momenti in cui respirare piano, per non far rumore. Qualcosa certamente si perde nella traduzione, ma una volta compreso ciò basta stare in campana: osservare con più attenzione gli altri e curarsi di non essere stati fraintesi. Buon lavoro e buona fortuna anche a Lei.
domenica 26 giugno 2011
Di passaggio
L'ultima delle idee è una nuova zine, autarchica fino al midollo. Spero di fare un lavoro pregevole, duraturo, al contrario di quanto ho prodotto fino ad ora. Ciò appare come impresa improba, soprattutto dopo aver constato che quanto buttato giù fino ad ora sul mio piccolo computer non va assolutamente nella direzione giusta.
Sperando in tempi migliori e in serate allegre passate insieme, vi lascio un frammento di qualcosa che non è stato, non è e non sarà mai. Per fortuna.
Mangiatore d'hashish
Ancora mi perdevo coi pensieri per le strade del centro storico. Passato un piccolo canale, la mia attenzione venne attratta da un piccolo negozio di robi vecchi: l'entrata era posta qualche gradino più in basso rispetto alla strada ed era rappresentata da una porta rossa, la cui vernice mostrava tutti i segni del tempo, lasciando ampi spazi vuoti dove i tarli avevano trovato di che viverci. La finestrina romboidale che dava sull'interno era sporca e costringeva l'immaginazione a lavorare. Tremendamente incuriosito entrai in quel piccolo negozio.
C'era odore di legno vecchio, mobili antichi ormai inutilizzabili portavano appiccicato addosso prezzi cari ed inarrivabili per le mie tasche. Vecchi vestiti umidi ed impolveriti trovavano il loro spazio poco distante, una giovane donna alla cassa contrattava il prezzo di quelli che aveva scelto. Dei capelli castani e ricci adornavano una faccia buffa e due occhi verde acqua; pensai che l'aspetto comico della ragazza nascondesse una bellezza più sottile, avevo la sensazione di sentirla emergere dalla voce con la quale contrattava il prezzo della merce. Sapeva farci eccome, seppure il gestore, che le foto appese intorno testimoniavano essere un ex maratoneta kenyota professionista, dimostrasse di non essere certo l'ultimo arrivato. Indeciso sul da farsi mi sorpresi a guardarle il sedere. Decisi di voltare lo sguardo, sempre per quella storia del pudore, e notai una tenda e un'insegna: vietato ai minori di diciottanni. Senza troppo indugio varcai anche quella soglia.
Dimenticate l'odore di legno ammuffito, di polvere e di kenyota invecchiato: l'aroma dell'hashish era forte e piacevole e non si sa quale magico incantesimo non gli avesse permesso di attraversare quella tenda.
Alcuni vecchi giocavano a carte e degli arazzi antichi e bellissimi adornavano la stanza. Erano sfondo delle più bizzarre e confuse bestemmie che si potevano udire sulla faccia della terra: gli anziani giocatori di carte provenivano dalle zone più disparate del globo e l'italiano era declinato in tutti i possibili accenti. In mezzo a questa bisca si stagliava la figura solitaria di un giovane uomo dai tratti somatici decisamente più famigliari. Era però vestito in modo assai stravagante: sembrava una specie di nobile indiano sperduto nel tempo; mi sedetti al suo fianco mentre mordeva grossi cioccolatini. Non ci volle molto a capire che non si trattava di dolciumi qualunque, bensì di hashish glassato ed addolcito da zuccheri e oli esotici, dalle dimensioni del piatto dal quale prendeva queste presunte prelibatezze s'intuiva averne mangiati a palate. Senza che dissi niente, tanto ero intento ad osservare stupito tutti i particolari di quella stanza, mi rivolse la parola “Mangiare l'hashish è un arte. Una questione di stile, una questione di classe. E' una presa di coscienza seria. Ho appreso molte cose durante la mia vita, la via della seta mi ha insegnato le regole e le ragioni del mondo. Ora io qui, di fronte al mio sapere, non posso certo abbassarmi a fumare l'olio di motore che tu e i tuo amici ogni tanto vi concedete. Che ci fai qui?” Sbalordito dalle parole che erano uscite dalla sua bocca (e dal come erano uscite! Fluenti e perfette, musicali ben al di là della loro metrica) non seppi che rispondere. “Non mi sorprende il tuo silenzio”- s'interruppe un momento a causa del singhiozzo -“gli uomini si dividono in sapienti ed ignoranti, in attivi e pigri e di tutte le specie tu rappresenti la peggiore.” Si blocco, ché un rutto, soffocato con sforzo immane, gli aveva invaso la gola, poi riprese sofferente “Ignorante, pigro e mal vestito. Non hai vergogna? Assaggia pure uno di questi doni di Dio e prova ad assaporare almeno un istante degno d'essere vissuto.”
Le sue parole mi colpivano, m'inchiodavano alla sedia ed ipnotizzavano. Un sussulto di pianto sembrava farsi strada sotto le mie guance fin dietro gli occhi, ma qualcosa non mi convinceva nel suo tono. Iniziarono poi a fluire in me pensieri figli di orgoglio e dignità offesa, accompagnati da una sensazione di riscoperta: sembrava di assistere ad una resurezzione. Mi alzai in piedi, sul mio viso si doveva scorgere sia la rabbia che la paura, sia l'insicurezza che la certezza di essere migliore di questo personaggio da circo. Gli sibilai “Sei solo un sottone qualunque” con la speranza di ferirlo profondamente. Il tono incerto con cui lo dissi dovette risultare davvero ridicolo, tant'é che rise, rise fino a sentir mancare il respiro e a produrre rumori sempre meno accomodanti e forieri di cattivi presagi. Più cercava di smettere e di ricomporsi e più rideva a crepapelle. I vecchi intorno sospesero le loro partite e si avvicinarono intorno a quel bizzarro ed arrogante principe indiano. Provarono a farlo riprendere con due colpi sulla schiena, ma egli proseguiva nel ridere, non riusciva a smettere. In volto si fece sempre più rosso, iniziarono a comporsi negli angoli degli occhi delle lacrime che poi mano a mano scesero, mentre la risata si faceva d'improvviso silenziosa e la testa sembrava potesse scoppiare da un momento all'altro. Nella stanza si diffuse il panico, un vecchio afghano urlava qualcosa di incomprensibile mentre l'eschimese si coprì gli occhi per non vedere. Fu quando, preoccupato dal fracasso, entrò il kenyota che la testa di quel giovane esplose schizzando su tutti gli astanti e gli arazzi stesi sui muri intorno il suo sangue e le sue membra. Ne sputai addirittura un pezzo dalla punta della lingua, come fosse un capello o un pelo di figa. Questa volta era un pezzo cervello. In quell'incidente morirono altre 4 persone, col muso perforato fino ai punti vitali da diverse ossa fra le quali denti, frammenti di setto nasale e schegge della scatola cranica. Un massacro.
In vedetta
giovedì 23 giugno 2011
Cruccioklan
Piuttosto dimmi di accettare quel che capita, ti avrei preso più in simpatia.
"Ehi"
"Ehi".
Si siede a fianco a me. Lo aspetto. Poi gli faccio "Ohi, senti, posso dirti una cosa importante?"
"Si, si..però aspetta un attimo che ti dico la mia nuova idea" e lo fa senza lasciarmi il tempo di controbattere "praticamente facciamo un reality show in cui prendiamo i Truce Klan no...e ce li mettiamo in una fattoria con 5-6 fighe. In sta fattoria poi si crea tutto un rapporto fra le fighe e i Truce Klan che intanto devono allevare galline, maiali, pescigatti e via dicendo. Poi un po' alla volta vengono eliminate le fighe, nel senso: contemporaneamente alla vita in fattoria le fighe si sfidano a colpi di hip hop e i truce klan fanno da insegnanti a ste qua e poi anche da giudici e scelgono chi eliminare. Poi bisogna vedere se eliminano quelle più bruttine che magari non la danno o quelle più scarse no? Che te ne pare? Figa come idea dai..."
Provo a rispondergli "Mah, si. Potrebbe anche andare." Mi fermo un attimo a pensare e chiedo "Ma chi cazzo sono i Truce Klan?"
lunedì 13 giugno 2011
Comunicazione di servizio #1
Bene, voi attendete, io vado a dormire. E a dare un esame del cazzo.
Chi non viene sa di formaggio belga!
domenica 5 giugno 2011
Meri in giùn
I temerari scopritori di talenti indì lo avevano già consacrato nell'estate scorsa allorquando era uscita solo I pariolini di diciotanni, che di per sé è veramente una bombazza.
Comunque dicevamo: è uscito sto album, tutti i fan dicono è bellissimo, tutti gli hater dicono fa cagarissimo, la gente che non ne sa un cazzo ha preso a condividerlo su facebook come nulla fosse e altri hater fioriscono.
Volendo assolutamente porre fine a questa caciara dico: è un album carino, che aggiunge 5 canzonette all'esigua discografia di questo ex capo scout di un mio concitaddino acquisito.
Ma proprio perché cerchiamo di essere proprio più fighi di tutti, nel senso essere avanti, ma con garbo, parliamo di un altro album, perché siamo più belli ché ascoltiamo
Parliamo di un altro album, o meglio di un ep: Ferirsi - Mary in june.
Si può ascoltare qui http://maryinjune.bandcamp.com/ e anche scaricare gratis.
A me sembra prorpio bellone, che ti smuove qualcosa dentro e anche qualcosa fuori. Ascoltatelo.
venerdì 3 giugno 2011
Tutti quei film che abbiamo detto adesso ce li vediamo - Tirate sul pianista
Eh si, ce lo saremmo dovuti vedere insieme.
venerdì 27 maggio 2011
Le migliori pagine di facebook non ancora inventate
Cosa avrebbe fatto Antonello Piroso nell'età del muto?
Tutto su tua madre*
Tutto su Lilli Gruber
Immaginare che Lilli Gruber faccia dei gran pompini
Sbadigliare a più riprese guardando un film di Godard e commentare al termine della visione con "E' un Capolavoro assoluto"
*esiste di già davvero già
lunedì 16 maggio 2011
Il cinefilo
Si rivolse a lei e disse solennemente "Questo decadrage è meraviglioso". Era un tempio questo, in cui parlare delle cose che fiorivano nella mente in quello stesso istante che si faceva così meraviglia.
Per le strade della città fioccava il malumore e si dispensavano volantini di sette mistico-religiose; la gente pensava ad un secondo fine, tant'è che tutti capirono il gioco del calcolo e tutti pensavano a cosa l'interlocutore stesse calcolando. Le badanti guardavano la televisione insieme alle vecchie decrepite che accudivano, sobbalzavano in sincrono alle notizie inferte dai telegiornali nazionali e al servizio sui giovani che si drogano del telegiornale regionale veneto.
"Io non capisco la misura, o meglio, questa situazione, vedi: cerco, ma in realtà non cerco; immagino, ma in realtà non immagino; penso, ma in realtà non penso. Dici che è il cambio di stagione?" Così diceva uno degli amici ad un altro amico (erano fra i pochi rimasti tali all'epoca) e l'altro provò a rispondergli senza rispondere, infatti parlò dei fatti suoi "Quello che mi dici capita a puntino: giusto l'altro giorno ero alle prese con un dialogo per il mio nuovo romanzo, ebbene, mentre ero lì che riflettevo, m'immedesimavo man mano in uno dei personaggi, ricercavo un certo equilibrio stilistico e bevevo il caffé ormai raffredato. Ecco insomma, si, mi sentivo come ingabbiato nel mio studio: cercavo di pensare al romanzo, ma pensavo solo a quanto male mi sentivo dentro l'ufficio....ecco, da allora porto con me quanto ho battuto...guarda, questo è il dialogo che ho scritto." E gli porse un foglio piegato. Il suo compare lo aprì e vi diede una letta senza leggere. Però. Disse "Però..." "Eh, non male vero?"
Tornando a noi, che pensavamo di trovare nella semiotica cinematografica il modo adeguato per sviluppare la nostra relazione, dovemmo cedere alle lusinghe della carne e gettarci a capofitto sul tuo letto e scioglierci al caldo estivo mentre le zanzare assistevano all'amplesso. Fu un momento topico: stavi per venire, una zanzara si posò sulla tua guancia, la mia mano si mosse prima del mio pensiero. Sbam! Ammazzai la zanzara(invero troppo tardi dato che da essa fuoriuscì una tua goccia di sangue) e ti feci del male. "Sei scemo!?"
Poi venne l'inverno e le cose si fecero più ardue per tutti, anche per i calcolatori poiché non ne volevano sapere di pagare il riscaldamento. Se ne stavano tutti al freddo con una coperta in più sul letto. Un mio conoscente diede una festicciola a casa sua e invitò i primi che trovava, fra cui il sottoscritto, e anche quattro puttane, non di professione s'intende. In frigo aveva solo del formaggio spalamabile Philadelphia con allegata ricetta. Cucinammo a fuoco lento la cena, mentre la fiamma era più viva al di sotto del pezzo di fumo e intorno alle quattro puttane. Gli ingredienti per la festa perfetta erano disposti casulamente nel soggiorno e tutto andò secondo i piani. Eccetto una cosa, che il mio conoscente non aveva previsto, manifestatasi, in una luce immensa e indimenticabile per i presenti, nove mesi più tardi su di un taxi. La cosa che preoccupava di più il mio conoscente però era stata la scarsa qualità di quell'orgasmo e di quell'erezione, che solo qualche mese più tardi gli procurò una gioia che non sapeva esistesse. Eppure al fin di questa favola maldigesta manca un appunto: ero appostato a pochi metri, nel parchetto. Fumavo una sigaretta e pensavo all'inizio di un film western. Arrivò un'auto, scesero quattro ragazzi, si diressero verso il Kebab di Sufyan e si fermarono a metà strada: giunse sul posto un'altra auto, scese un ragazzo, poi un altro, poi una ragazza, poi un'altra. Al rallentì: mezza figura, lei chiude la portiera e volta la testa nella mia direzione, controcampo su di me, primo piano di lei, controcampo su di me, primissimo piano di lei con degli occhi bellissimi. Poi raggiunge gli altri. In otto si dirigono all'interno del locale, ordinano, consumano e se ne vanno.
lunedì 2 maggio 2011
Motivi svariati per mandarsi affanculo
Comunque, per dire, questo Maciste scrive bene, credo, di cose molto intelligenti, credo. Probabilmente studia lettere o qualcosa di simile. Nel suo blog scrive finte interviste e finti interventi di persone vere e, se va tutto bene, i suoi post fanno ridere. Io metà delle cose non le capisco perché sono capra e capra mi ci sento moltissimo a leggere le cose dei radical chic. Porco dio ho scritto radical chic di nuovo.
Comunque le mie cose preferite di questo blog sono Philip Roth che spara sentenze, magari sono stronzate, ma voglio dire: Philip Roth ragazzi. Ma chi cazzo è Philip Roth? Io francamente non lo sapevo, pensavo a Joseph Roth, quello del "...Santo Bevitore" che dovevo leggere alle superiori, poi non l'ho fatto. Comunque, dicevo, Philip Roth è uno scrittore contemporaneo. Probabilmente bravo. Non so.
Io ho sempre letto pochi libri. Cioè c'è stato un momento in cui li leggevo, erano tutti romanzi per ragazzi, da Harry Potter al Signore degli anelli e poi anche altro eh, comunque poi ho smesso. Mi sa che è stata una cazzata, altrimenti non mi sentivo una capra in questo momento. Comunque si, ho deciso, mi do ai libri appena finisco questa sessione di esami. Mi metto anche a dieta magari, inzio a fare un po' di attività fisica perché no? Si, si.
Ahah come no
Comunque su sto blog ci stanno anche altre cose, a mio avviso degne di nota: questo post su Chiamparino e questo su Giovanni Lindo Ferrett. Se il primo è satira ben fatta, il secondo a me sembrava vero, ma proprio vero e bellissimo.
Infine su sto Maciste c'è anche questo: video-intervista a non ho capito chi, penso uno a caso che all'inizio pensavo fosse il cantante dei verdena. Il titolo è azzeccatissimo, l'idea è pregevole, ma averci i cazzi per vederselo tutto(26minuti) è praticamente impossibile, quindi, per la prossima volta, da vidiomeicher del cazzo quale sono, consiglio a maciste di metterci un po' più di ritmo dai dai.
Non ho davvero idea del perché vi ho parlato di sto blog. Forse volevo parlare della blogosfera. Ma non di cose sfigate tipo paperblog a cui siamo affiliati -non ho ancora capito bene perché-, bensì di tutto questo circuito di blog molto curiosi, alcuni fighetti, alcuni proprio fighi e alla fine, se io e bruno non fossimo stati così dispersivi in questi anni e se avessimo commentato un due blog a caso al giorno, magari oggi eravamo anche noi membri di un blog che si fa notare. In pratica se io e bruno non fossimo io e bruno ce la si faceva.
E' un discorso che non ha senso.
Per cui via alla nuova rubrica: LE MIGLIORI PAGINE DI FACEBOOK NON ANCORA INVENTATE
"Noi che ci facciamo i film mentali e poi non andiamo mai a vederli"
"Noi che ci facciamo i film mentali e poi ce li guardiamo in streaming"
"La carne di gatto dovrebbe assomigliare alla carne di coniglio"
"Fra i neocatecumeni è pieno così di figa!"
"Le serie Tv che guardate in realtà fanno cagare"
"Big bang theory non fa ridere"
"Battute scontate, quasi gratis"
"Non è che sono snob, siete voi che fate schifo"
Passiamo ora al mio cortometraggio.
Posso dirvi che s'intitola Oggi non ti perdo, che poi è ispirato ad una frase di un pezzo dei Distanti che si chiama Poi un'altra storia. I giorni passano e i Distanti sono ormai la mia bend preferita.
Mentre il corto sta venendo abbastanza schifo
Passiamo ora alle recensioni di concerti
Un mese e mezzo fa in pratica ho visto i Non Voglio che Clara a Marostica in un ristorante/jazz club. Praticamente c'era il palco e poi intorno tavoli del ristorante, con gente molto chic dell'alto vicentino. Io mi sentivo molto a disagio con la mia giacca da snoùborder che fa molta fattanza(ve la vendo se volete) e stavo in piedi scomodo col capo sala che ogni tanto passava e diceva di spostarti che sennò i benestanti che mangiano e parlano mentre c'è il concerto non vedono il concerto. Seriamente: era pieno di gente che parlava e mangiava e dava le spalle. E' in momenti come questi che capisci ciò che tuo padre, quando ti sculacciava, cercava di insegnarti: la deportazione in Siberia non era del tutto da buttare via.
Comunque, oh, il concerto stupendo, anche se non hanno fatte né Le guerre, né Gli amori di gioventù. Ora che ci penso, stupendo mi pare un po' esagerato. Bello, diciamo.
Poi Sabato 24 ho visto gli Aucan allo Yourban ed è stata una mezza delusione perché l'impianto faceva pietà, disagi allucinanti risolti con lo spegnimento delle spie e via dicendo. Volume basso quando invece ci vorrebbe un muro di casse da asportarti il timpano. E vabbè.
L'altra sera invece sono andato alla Sagra di San Beppe, che è il quartiere vicino alla mia casa di Vicenza, e avvicinatomi sentivo dei suoni metal che ti aspetti da quei gruppi di 16enni che fanno metal. Forse avevano 17 anni. Comunque le solite cose inascoltabili, improponibili. Insomma mi sentivo nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Poi ha suonato un altro gruppo etc etc mentre il concerto proseguiva, il mio amico Michele, che poi è l'unico che legge sto blog, mi fa "ma non ti sembra di essere troppo vecchio per stare qui?Cioè..." Ecco, oh, esattamente. La band giovanile che suona, questi liceali tutti intorno, io mi sento quasi in colpa a pensar male di tutti. Però lo faccio.
Il concerto insomma cosa posso dire, nulla di obbiettivo onestamente, dopo qualche pezzo mi sono allontanato, non ce la facevo più.
lunedì 11 aprile 2011
uèitin' iù ai forghet to teik de pills
Sei un lettore umano, non un lettore mp3
Che fatica, che astio! verso tutti e verso nessuno, se non io. Innamorato del momento creativo che fugge a più riprese, non prima di una breve e beffarda apparizione(sia noto a tutti!), ricordo la storia di quel ragazzo che diceva dovrei far questo e quello e non fece niente, escluso la comparsa in un film porno gay che insomma, è pur sempre esperienza che segna.
Labor limae maldestro, sudore salmastro, fatti una doccia ogni tanto. Ti voglio tanto bene caro mio e so bene che provasti davvero ciò che scrivesti, ma appunto: scrivesti! Or si va a cambiare le parole, ché è cambiata la questione, naturale sviluppo di riflessioni pubblico-private. Il titolo era assai buono e lo teniamo, con tutti gli anche se del caso(e son tanti!), ma ti lascio dir 'na cosa- e te la lascio dir col Galileo -perchè c'è appropriata: eppur si mosse.
Di questi sentimenti privatistici
E' un continuo andirivieni
di parole e frasi abbozzate;
s'inerpica la sgradita
sensazione di sconfitta;
ci s'inebria di speranza
fino all'imbriacatura;
si affonda nell'ossesione
fino a cadere nell'inutile sconforto,
delusione deborda.
Immagino,
QUI ED ORA,
la tua pelle candida
e le parole di un vero poeta
ed aspiro ai sentimenti
di un vero poeta,
per cullarti stanotte
e infoderti calma.
Per poter scorgere,
ingenuamente,
nella tua felicità la mia.
Ma ecco prostarmi
ad un nemico puntuale;
no, no, no
non è che la bava di un vecchio,
l'ormone di un giovane,
il desiderio.
E' veramente vincere o perdere una questione personale?
Distante ancor m'appare la risposta
ora ch'el cuore è ferito benché gravido.
Resto io, che giaccio annichilito
poiché levai una stolta preghiera:
che fossi tu per me il mattino.
