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sabato 3 settembre 2011

Futurismo

Bleaaaah raggg vrrr pfscchhh bloooooorghpsgmsnhp.
-Ahn, letteratura futurista!
-No, sto cagnando

lunedì 29 agosto 2011

Tutti quei film che abbiamo detto adesso ce li vediamo - Paranoid Park




Davvero, pare riesca solo a parlare di cinema ultimamente. E male. Parlare di cinema che poi è sempre un'approssimazione per difetto.
Parliamo di Paranoid Park(Gus van Sant, 2007). Film particolare, sembra procedere per spezzoni narrativi disposti a caso e abbozzi di videoclip. I cahiers du cinema han detto che era il miglior film del 2007, più calmi gli spietati che lo mettevano 12°. Fotte obbiettivamente sega delle classifiche, e non so perché ne ho parlato, penso per la sorpresa di notarlo al primo posto per una rivista così prestigiosa(la più prestigiosa!).
Chissà, magari ai francesi piglia bene l'adolescenza e lo skateboard, o anche semplicemente l'adolescenza. Per la quale nessuno è mai pronto, un po' come per paranoid park.
Meglio spiegare: paranoid park è tipo la pool delle fornaci, ma a Portland, quindi molto molto più grande e molto molto più fica. Il ragazzino protagonista sta preso un po' male dalla vita, ma forse è tutto a posto. E' solo una fase, gli passerà credo. Beh, si tratta di quella fase di passaggio che chiamiamo, appunto, adolescenza. E' l'innocenza ad andarsene, il peccato t'investe e ci sono colpe da espiare, magari da esorcizzare scrivendo su fogli sparsi la propria drammaticamente(e splatteramente) comica storia di un sabato sera qualunque. Aldilà degli eventi sfortunati e particolari, del cadere (forse) in fallo della memoria, della rielaborazione soggettiva degli eventi e tutte ste cose realitivistiche date da le stesse scene che si ripetono, simili e non uguali, mi vien più che altro da dire che siamo stati tutti un po' come Alex, a perdere la testa in chissà quali pensieri durante una noiosa lezione di scienze mentre qualcosa sembra sempre mancare. Poi ci sono i super8 fatti seguendo gli skater da dietro con bella musica sotto. Basta poco per farci stare meglio.

sabato 13 agosto 2011

Bonaccia

"Come va?" chiese appoggiando la mano sulla spalla del fraterno amico, il quale, chino sulla scrivania, si affrettò a nascondere il contenuto dei suoi fogli.
Furono cinque minuti di convenevoli, poi sbroccò: la verità, la verità è che sono in difficoltà. Non so se è una questione di accenti sulla "a". Sono confuso: nel senso che mi sento perso, per davvero. Ho sempre disprezzato questo modo di dire; ora lo trovò così chiaro e semplice e te lo dico: completamente persa è la mia bussola. Sono perso. I tempi morti, che forse un po li ho cercati, mi hanno travolto. Mi hanno portato, fra le altre cose, qui a rovistare sulla mia calligrafia, su questo inchiostro stagionato. Nulla mi aggrada. Nulla.
Anche queste parole, che ti sto dicendo adesso, so bene non andare bene. Essere limitate dalla mia attule deficienza. Sono come handicappato, debilitato, monco. Arteriosclerotico delle emozioni, delle sensazioni, delle idee, degli spunti, del coraggio, della forza.
Completamente sterilizzato, annichilito, sventrato, spappolato.
Non so, forse potevo stare calmo, non spaventarti, e dirti: sono un attimo scoglionato. Ma forse è da troppo che sono scoglionato. Forse è qualcosa di più serio.
Terminò così il suo monologo. Giacomo abbassò lo sguardo, si portò le dita al mento in un gesto eloquente di riflessione. Aprì la bocca, ma si ammutolì.
Poi un urlo "BONACCIA".

venerdì 22 luglio 2011

Tutti quei film che abbiamo detto adesso ce li vediamo - Palombella rossa

Questa volta è un po' diverso. Nel senso che c'era da dare quest'esame di storia del cinema con annessa tesina su un film. L'esame è andato bene, la tesina anche e siccome teneva dentro un facoltativo commento critico che il prof ha definito "credibile" io ve lo posto. Quindi ecco qua...ovviamente sarebbe stato bello vederselo insieme. Detta così sembra poco credibile, ma è la verità.

Palombella rossa è un film complesso, arzigogolato e non può essere altrimenti perché è il film de “i troppi pensieri fanno bene”, dove la parola sbagliata e, più radicalmente, la parola scritta corrompono i concetti anziché renderli chiari e patrimonio di tutti.
Un film che tenta di catturare il presente: è il 1989 e qualche mese dopo la sua scrittura cadrà il muro di Berlino, ma è già momento di verifica per chi si sente e si crede “comunista”. Credere non è una parola a caso, perché Palombella rossa è un film anche sulla fede, proprio così: a spiegarcelo è il giovane ragazzo cattolico, uno dei personaggi più buffi e comici fra quelli creati da Moretti in questo suo film, in uno scambio di battute indimenticabile: fra le altre cose, Simone dice a Michele Apicella “Tu credi nel tuo lavoro, tu sei credente”.
Quindi un film sulla fede e sulla relativa crisi di fede, dalla quale per uscirne o, almeno, tentare di uscirne è necessario un percorso, il quale si articola nella memoria e nell'allegoria della partita di pallanuoto. In soli ottantanove minuti, che sembrano scorrere lentissimi, Palombella rossa cerca allora di districarsi fra più materiali: dal flashback con tanto di super8, al film sportivo, agli interventi affidati al Dottor Zivago, vera e propria allusione ad uno spirito romantico che oramai sembra perduto. Nostalgia e malinconia pervadono il film, soprattutto nelle toccanti scene al termine della partita dove il protagonista ricorda la madre, morta come lo è il sogno del socialismo reale, e il dolly sulle madri che asciugano i capelli ai figli. In questi fotogrammi la sintesi di tutto il film: il contrasto fra primi piani e scene di massa come rappresentazione della distanza fra l'utopia di una società di massa più giusta ed equa e le spinte individualistiche, poste da Moretti come proprie della natura umana in un altro flashback: Michele bambino entra nel terrazzo del vicino per rubare il dolce tanto agognato.
Ma il film tocca tanti altri temi: dal linguaggio al giornalismo(e dunque il linguaggio del giornalismo) fino al mantenimento della memoria storica (la distanza fra Michele e il fascista, l'accettazione dei “facili schematismi”) passando per una critica, che è satira feroce, dei dirigenti del P.C.I.
Dicevamo del linguaggio e della parola scritta, che è corruttrice: per Moretti è quindi l'arte che salva? Sembra così: è il Dottor Zivago a commuovere il protagonista, a dirci cosa sente dentro a livello sentimentale, perché altrimenti sarebbe solo un ripetersi di frasi ed espressioni inadeguate e fastidiose come “matrimonio a pezzi” e via dicendo; quando gli animi si accendono è “I'm on fire” di Bruce Springsteen a riportare la calma; “E ti vengo a cercare” è l'unico modo per rispondere durante la Tribuna elettorale.
Moretti però non consola: il rigore decisivo viene sbagliato e il finale non è che “parodia di un finale consolatorio, quasi un finale stalinista da realismo socialista”(Nanni Moretti, intervista in Script, Dino Audino Editore). Dunque l'utopia comunista ha fatto il suo percorso (a palombella, come suggerisce il titolo), ma il piccolo Michele ride, quasi suggerendo una presa di posizione radicalmente relativista e lasciando ampio spazio per riflessioni ed analisi.
In conclusione possiamo affermare che Palombella rossa è un film certamente politico, ma che muove da profonde riflessioni intime del suo autore, non liquidabile come “un film sulla fine del partito comunista”. A dispetto del successo ricevuto soprattutto successivamente, è con quest'opera che Moretti firma il suo autentico capolavoro, firmando con sobrietà registica e una scrittura originale ed acutissima l'apice della sua palombella artistica.



Poi, per dirla tutta, non è che adesso si fan solo pseudo recensioni di film, qualcos'altro da scrivere lo troveremo. Forse.

lunedì 11 luglio 2011

Tutti quei film che abbiamo detto adesso ce li vediamo - Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto


L'altra sera sembrava si dormisse da Davide. Che ha detto "guardiamoci un film" e c'aveva tutta una collezione di dvd di cinema italiano e c'era questo film di Elio Petri lì e io ho detto "Guardiamo questo". Poi il sonno aveva preso il sopravvento(si veniva da una serata "dura e senza compromessi") e si era rimandato tutto al giorno dopo che era domenica scorsa.
Nonostante lo scetticismo di Infa, lo guardiamo dopo cena. Beh che dire? E' un bel film sul potere, sul "chi controlla i controllori?". Mi ricorda un po' un pezzo di Ascanio Celestini al Festival No Dal Molin di qualche anno fa. Ma qui si spara alto, è una questione di potere a livello di massimi sistemi. Potere che è anarchico per sua definizione; ad un certo punto spunta fuori pure il Marchese de Sade che a Maniglio si sono illuminati gli occhi. Dovete sapere che gli è piaciuto moltissimo Salò o le 120 giornate di Sodoma che in fin dei conti, tira di qua e tira di là è un film distante a livello visivo e ovviamente anche per trama, ma tematicamente vicinissimo.
Petri è decisamente più giornalista e meno visionario di Pasolini, è il film sta tutto lì nella sceneggiatura. Per carità, nemmeno a regia c'è da lamentarsi, piuttosto si segnala un certo interesse verso i primi piani stretti stretti. Strepitoso Volonté, ottime musiche(firmate Morricone). Nonostante i flashback, le parti oniriche e gli psicologismi è un film narrativo non lontanto dai canoni convenzionali, efficace e assolutamente apprezzabile. Petri non concede nulla alle emozioni, ma va dritto per la sua strada(scontando però qualche banalità) consegnando alla storia del cinema un personaggio indimenticabile ed un finale veramente notevole con tanto di enigmatico rimando a logge massoniche o simili.
Infine, visto che stiamo su un personal blog, mica il Vangelo insomma!, dico la mia: meglio, e non solo per una questione anagrafica, del pur ottimo Salò di Pasolini, decisamente troppo appesantito da una spettacolarità talvolta gratuita.
Eh si, ce lo saremmo dovuti vedere tutti insieme.

sabato 9 luglio 2011

Lettere al direttore

Penso non ve ne siate accorti visto che in pochi l'hanno fatto, ma il sottoscritto da qualche mese è direttore de Il Giornale. Un attacco hacker al nostro sito web e il lavoro certosino delle forze del male, ha fino ad ora impedito il cambio editoriale che volevamo imporre. Diciamo che una copia su cinque de Il Giornale è quella vera, diretta da me. Il restante 80% è un complotto della P4, credo. Ora, per chiarirci, vi spiego che abbiamo virato su un target nuovo: le casalinghe e i sedicenni delusi dalla vita. C'é una bellissima rubrica di Marcello Veneziani, "La sedia", in risposta a "L'amaca" di Michele Serra, solo più gay. Oltre a questa e altre innovative scommesse che v'invito a scoprire in edicola(a Pantelleria c'è solo la nostra versione, quindi se siete di là non c'è problema), ci sono le lettere al direttore. Volevo pubblicarne una qui, dato che il nostro portale web è attualmente in mano agli hacker governativi.



Caro direttore Sallusti,
come va? Le scrivo, cosa affatto facile per me la posso assicurare, perché vivo notti tormentate e giornate difficili. Un tarlo si è lentamente ficcato nella mia testa, giorno dopo giorno, ed ha iniziato a picchiettarmi prima, martellarmi poi. Per la testa da troppo tempo mi gironzola quest'idea: vede, noi esseri umani non comunichiamo affatto fra di noi, se non cose concrete: ad esempio se io dico a mia moglie, mentre siamo a tavola, "passami l'acqua", ecco che lei mi passa l'acqua. Bene, tutto a posto. Immaginiamo ora che mia moglie abbia letto su qualche rivista salutista che bere acqua durante il pranzo è sconsigliabile: io le chiedo di passarmi la bottiglia per abbeverarmi e lei dirà che no, non può, è sconsigliato, non fa bene, è meglio di no, lascia perdere etc etc Poniamo ora che mia moglie sia molto cocciuta(ed è vero, essendo lei dell'Ariete!): nonostante le mie lamentele e le mie sempre più insistenti richieste, lei si ostinerà a non passarmi l'acqua.
Per carità nessun problema, mi alzo un attimo e raggiungo la bottiglia prima troppo lontana. Mi verso l'acqua nel bicchiere e mi disseto.
Infatti era un esempio: c'è o non c'è un problema di comunicazione? Ma non dico in famiglia, cioè era un esempio. Dico nel senso che non vi era modo alcuno per comunicare la mia sete. E da qui il mio problema: non sono forse gli essere umani tutti dentro ad una scatola, ognuna diversa, ognuna in fondo persa per i fatti suoi? Non c'è forse un problema di traduzione del pensiero, non è forse impossibile far si che le mie sensazioni, emozioni e pensieri giungano in maniera accettabile all'interlocutore? Del resto io non mi aspetto affatto che Lei capisca l'emozione con cui scrivo queste parole.
Oggi io ho paura. Paura di non essere visto dagli altri per come sono davvero e di non vedere gli altri per come sono davvero anche loro. Insomma, di non essere riuscito davvero nemmeno un istante ad apparire per com'ero e come sono e di non riuscire mai a mostrare come sarò. Le mie parole, per quanto espresse in una grammatica corretta o meno, in una lingua conosciuta o meno, ma anche i gesti, le espressioni, il tono della voce, i fremiti, tutta questa vasta gamma di comunicazione verbale o del corpo o di che so io, non passa forse per un filtro troppo stretto, inadeguato? Un muro invisibile ci separa l'uno dall'altro, ci tiene slegati per l'eternità e ci dona l'illusione della comprensione. Non è così forse? Siamo soli.
Ecco, vorrei trovare un senso a questa cosa, anche se questa cosa un senso non ce l'ha.
Caro direttore, disilluso la saluto augurandoLe buon lavoro e buona fortuna!

Vasco R.


Caro signor Vasco, volevo dirle che non sono Sallusti.
Ciò detto, mi ha colpito molto la sua lettera: il tema che Lei affronta è stato oggetto delle poesie più belle, dei quadri più immaginifici, dei film più commoventi etc etc Siamo davvero in grado di comunicare agli altri quello che veramente vogliamo dire? In certi casi si, lo dice lei stesso. Altre volte le parole(ma anche le immagini o, perché no, il contatto fisico) non sembrano bastare. Penso però che a volte, con le persone giuste, sia possibile capirsi al volo. Si creano delle situazioni di affinità straordinarie, situazioni che io chiamerei "momenti roxy bar". E' per quei momenti che vale la pena vivere, momenti in cui respirare piano, per non far rumore. Qualcosa certamente si perde nella traduzione, ma una volta compreso ciò basta stare in campana: osservare con più attenzione gli altri e curarsi di non essere stati fraintesi.
Buon lavoro e buona fortuna anche a Lei.

domenica 26 giugno 2011

Di passaggio

Non vado al massimo ultimamente. Stremato sono giunto al termine de La linea d'ombra, ch'erano poche pagine. Non mi viene molto da scrivere e, come se non bastasse, quello che scrivo non è buono. Quello che filmo e monto ancora peggio.
L'ultima delle idee è una nuova zine, autarchica fino al midollo. Spero di fare un lavoro pregevole, duraturo, al contrario di quanto ho prodotto fino ad ora. Ciò appare come impresa improba, soprattutto dopo aver constato che quanto buttato giù fino ad ora sul mio piccolo computer non va assolutamente nella direzione giusta.
Sperando in tempi migliori e in serate allegre passate insieme, vi lascio un frammento di qualcosa che non è stato, non è e non sarà mai. Per fortuna.


Mangiatore d'hashish

Ancora mi perdevo coi pensieri per le strade del centro storico. Passato un piccolo canale, la mia attenzione venne attratta da un piccolo negozio di robi vecchi: l'entrata era posta qualche gradino più in basso rispetto alla strada ed era rappresentata da una porta rossa, la cui vernice mostrava tutti i segni del tempo, lasciando ampi spazi vuoti dove i tarli avevano trovato di che viverci. La finestrina romboidale che dava sull'interno era sporca e costringeva l'immaginazione a lavorare. Tremendamente incuriosito entrai in quel piccolo negozio.
C'era odore di legno vecchio, mobili antichi ormai inutilizzabili portavano appiccicato addosso prezzi cari ed inarrivabili per le mie tasche. Vecchi vestiti umidi ed impolveriti trovavano il loro spazio poco distante, una giovane donna alla cassa contrattava il prezzo di quelli che aveva scelto. Dei capelli castani e ricci adornavano una faccia buffa e due occhi verde acqua; pensai che l'aspetto comico della ragazza nascondesse una bellezza più sottile, avevo la sensazione di sentirla emergere dalla voce con la quale contrattava il prezzo della merce. Sapeva farci eccome, seppure il gestore, che le foto appese intorno testimoniavano essere un ex maratoneta kenyota professionista, dimostrasse di non essere certo l'ultimo arrivato. Indeciso sul da farsi mi sorpresi a guardarle il sedere. Decisi di voltare lo sguardo, sempre per quella storia del pudore, e notai una tenda e un'insegna: vietato ai minori di diciottanni. Senza troppo indugio varcai anche quella soglia.
Dimenticate l'odore di legno ammuffito, di polvere e di kenyota invecchiato: l'aroma dell'hashish era forte e piacevole e non si sa quale magico incantesimo non gli avesse permesso di attraversare quella tenda.
Alcuni vecchi giocavano a carte e degli arazzi antichi e bellissimi adornavano la stanza. Erano sfondo delle più bizzarre e confuse bestemmie che si potevano udire sulla faccia della terra: gli anziani giocatori di carte provenivano dalle zone più disparate del globo e l'italiano era declinato in tutti i possibili accenti. In mezzo a questa bisca si stagliava la figura solitaria di un giovane uomo dai tratti somatici decisamente più famigliari. Era però vestito in modo assai stravagante: sembrava una specie di nobile indiano sperduto nel tempo; mi sedetti al suo fianco mentre mordeva grossi cioccolatini. Non ci volle molto a capire che non si trattava di dolciumi qualunque, bensì di hashish glassato ed addolcito da zuccheri e oli esotici, dalle dimensioni del piatto dal quale prendeva queste presunte prelibatezze s'intuiva averne mangiati a palate. Senza che dissi niente, tanto ero intento ad osservare stupito tutti i particolari di quella stanza, mi rivolse la parola “Mangiare l'hashish è un arte. Una questione di stile, una questione di classe. E' una presa di coscienza seria. Ho appreso molte cose durante la mia vita, la via della seta mi ha insegnato le regole e le ragioni del mondo. Ora io qui, di fronte al mio sapere, non posso certo abbassarmi a fumare l'olio di motore che tu e i tuo amici ogni tanto vi concedete. Che ci fai qui?” Sbalordito dalle parole che erano uscite dalla sua bocca (e dal come erano uscite! Fluenti e perfette, musicali ben al di là della loro metrica) non seppi che rispondere. “Non mi sorprende il tuo silenzio”- s'interruppe un momento a causa del singhiozzo -“gli uomini si dividono in sapienti ed ignoranti, in attivi e pigri e di tutte le specie tu rappresenti la peggiore.” Si blocco, ché un rutto, soffocato con sforzo immane, gli aveva invaso la gola, poi riprese sofferente “Ignorante, pigro e mal vestito. Non hai vergogna? Assaggia pure uno di questi doni di Dio e prova ad assaporare almeno un istante degno d'essere vissuto.”
Le sue parole mi colpivano, m'inchiodavano alla sedia ed ipnotizzavano. Un sussulto di pianto sembrava farsi strada sotto le mie guance fin dietro gli occhi, ma qualcosa non mi convinceva nel suo tono. Iniziarono poi a fluire in me pensieri figli di orgoglio e dignità offesa, accompagnati da una sensazione di riscoperta: sembrava di assistere ad una resurezzione. Mi alzai in piedi, sul mio viso si doveva scorgere sia la rabbia che la paura, sia l'insicurezza che la certezza di essere migliore di questo personaggio da circo. Gli sibilai “Sei solo un sottone qualunque” con la speranza di ferirlo profondamente. Il tono incerto con cui lo dissi dovette risultare davvero ridicolo, tant'é che rise, rise fino a sentir mancare il respiro e a produrre rumori sempre meno accomodanti e forieri di cattivi presagi. Più cercava di smettere e di ricomporsi e più rideva a crepapelle. I vecchi intorno sospesero le loro partite e si avvicinarono intorno a quel bizzarro ed arrogante principe indiano. Provarono a farlo riprendere con due colpi sulla schiena, ma egli proseguiva nel ridere, non riusciva a smettere. In volto si fece sempre più rosso, iniziarono a comporsi negli angoli degli occhi delle lacrime che poi mano a mano scesero, mentre la risata si faceva d'improvviso silenziosa e la testa sembrava potesse scoppiare da un momento all'altro. Nella stanza si diffuse il panico, un vecchio afghano urlava qualcosa di incomprensibile mentre l'eschimese si coprì gli occhi per non vedere. Fu quando, preoccupato dal fracasso, entrò il kenyota che la testa di quel giovane esplose schizzando su tutti gli astanti e gli arazzi stesi sui muri intorno il suo sangue e le sue membra. Ne sputai addirittura un pezzo dalla punta della lingua, come fosse un capello o un pelo di figa. Questa volta era un pezzo cervello. In quell'incidente morirono altre 4 persone, col muso perforato fino ai punti vitali da diverse ossa fra le quali denti, frammenti di setto nasale e schegge della scatola cranica. Un massacro.


In vedetta

giovedì 23 giugno 2011

Cruccioklan

Raggiante hai sorseggiato una birra venendo a dire che il mondo è perfetto e se vuoi le cose si aggiustano.
Piuttosto dimmi di accettare quel che capita, ti avrei preso più in simpatia.


"Ehi"
"Ehi".
Si siede a fianco a me. Lo aspetto. Poi gli faccio "Ohi, senti, posso dirti una cosa importante?"
"Si, si..però aspetta un attimo che ti dico la mia nuova idea" e lo fa senza lasciarmi il tempo di controbattere "praticamente facciamo un reality show in cui prendiamo i Truce Klan no...e ce li mettiamo in una fattoria con 5-6 fighe. In sta fattoria poi si crea tutto un rapporto fra le fighe e i Truce Klan che intanto devono allevare galline, maiali, pescigatti e via dicendo. Poi un po' alla volta vengono eliminate le fighe, nel senso: contemporaneamente alla vita in fattoria le fighe si sfidano a colpi di hip hop e i truce klan fanno da insegnanti a ste qua e poi anche da giudici e scelgono chi eliminare. Poi bisogna vedere se eliminano quelle più bruttine che magari non la danno o quelle più scarse no? Che te ne pare? Figa come idea dai..."
Provo a rispondergli "Mah, si. Potrebbe anche andare." Mi fermo un attimo a pensare e chiedo "Ma chi cazzo sono i Truce Klan?"

lunedì 13 giugno 2011

Comunicazione di servizio #1

Dovevo fare un post sul post referendum, ma è andato. Pensavo di fare un post-reportage di questa cinque giorni fittissima tra Bruxelles ed Amsterdam e che se facciamo un reportage di sette giorni c'aggiungiamo Gorizia.
Bene, voi attendete, io vado a dormire. E a dare un esame del cazzo.

***Ci si vede tutti a Festambiente dal 22 al 26 giugno, Parco Retrone(Vicenza)***
Chi non viene sa di formaggio belga!

domenica 5 giugno 2011

Meri in giùn

Tutta la comunità indì del web è presa d'assalto(eh?), scossa dal tumulto(eh?) provocato da Il sorprendente album d'esordio dei Cani , che è il titolo del primo album de i Cani. Che, non so se l'avevamo già detto in questo blog, in realtà è uno solo che smanetta con computer e basso e basta credo.
I temerari scopritori di talenti indì lo avevano già consacrato nell'estate scorsa allorquando era uscita solo I pariolini di diciotanni, che di per sé è veramente una bombazza.
Comunque dicevamo: è uscito sto album, tutti i fan dicono è bellissimo, tutti gli hater dicono fa cagarissimo, la gente che non ne sa un cazzo ha preso a condividerlo su facebook come nulla fosse e altri hater fioriscono.
Volendo assolutamente porre fine a questa caciara dico: è un album carino, che aggiunge 5 canzonette all'esigua discografia di questo ex capo scout di un mio concitaddino acquisito.
Ma proprio perché cerchiamo di essere proprio più fighi di tutti, nel senso essere avanti, ma con garbo, parliamo di un altro album, perché siamo più belli ché ascoltiamo cose che la gente manco sa esistano e perché non cadiamo nel tunnel di chi critica a cazzo.
Parliamo di un altro album, o meglio di un ep: Ferirsi - Mary in june.
Si può ascoltare qui http://maryinjune.bandcamp.com/ e anche scaricare gratis.
A me sembra prorpio bellone, che ti smuove qualcosa dentro e anche qualcosa fuori. Ascoltatelo.

venerdì 3 giugno 2011

Tutti quei film che abbiamo detto adesso ce li vediamo - Tirate sul pianista

Ho visto questo film in due tempi, uno l'altro ieri notte e uno ieri notte. Il protagonista è Charles Aznavour, che più che altro è un cantante, ma non se la cava male. Qui interpreta un pianista bravissimo e con una sfiga micidiale. Poi c'è una donna e c'è una pistola, insomma la nouvelle vague. Ecco, se in Godard, almeno quello che ho visto di Godard(sempre troppo poco), la contraddizione è messa in scena ovvero i personaggi dicono una cosa e ne fanno un'altra, in Truffaut la contraddizione è tutta dentro i personaggi e soprattutto dentro questo piccolo pianista(che poi secondo me c'assomiglia a Truffaut, quindi credo ci sia proprio quel sano autobiografismo).
Con la trama di questo film hollywood c'ha fatto tutti i suoi film d'azione o quasi(nel senso quasi tutti i film d'azione e quasi sempre film d'azione), Truffaut ne fa un trattato sul rapporto uomo-donna. Dialoghi belloni.
Eh si, ce lo saremmo dovuti vedere insieme.


venerdì 27 maggio 2011

Le migliori pagine di facebook non ancora inventate

Rubrica demenziale e senza futuro



Cosa avrebbe fatto Antonello Piroso nell'età del muto?

Tutto su tua madre*

Tutto su Lilli Gruber

Immaginare che Lilli Gruber faccia dei gran pompini

Sbadigliare a più riprese guardando un film di Godard e commentare al termine della visione con "E' un Capolavoro assoluto"


*esiste di già davvero già

lunedì 16 maggio 2011

Il cinefilo




Si rivolse a lei e disse solennemente "Questo decadrage è meraviglioso". Era un tempio questo, in cui parlare delle cose che fiorivano nella mente in quello stesso istante che si faceva così meraviglia.
Per le strade della città fioccava il malumore e si dispensavano volantini di sette mistico-religiose; la gente pensava ad un secondo fine, tant'è che tutti capirono il gioco del calcolo e tutti pensavano a cosa l'interlocutore stesse calcolando.
Le badanti guardavano la televisione insieme alle vecchie decrepite che accudivano, sobbalzavano in sincrono alle notizie inferte dai telegiornali nazionali e al servizio sui giovani che si drogano del telegiornale regionale veneto.
"Io non capisco la misura, o meglio, questa situazione, vedi: cerco, ma in realtà non cerco; immagino, ma in realtà non immagino; penso, ma in realtà non penso. Dici che è il cambio di stagione?" Così diceva uno degli amici ad un altro amico (erano fra i pochi rimasti tali all'epoca) e l'altro provò a rispondergli senza rispondere, infatti parlò dei fatti suoi "Quello che mi dici capita a puntino: giusto l'altro giorno ero alle prese con un dialogo per il mio nuovo romanzo, ebbene, mentre ero lì che riflettevo, m'immedesimavo man mano in uno dei personaggi, ricercavo un certo equilibrio stilistico e bevevo il caffé ormai raffredato. Ecco insomma, si, mi sentivo come ingabbiato nel mio studio: cercavo di pensare al romanzo, ma pensavo solo a quanto male mi sentivo dentro l'ufficio....ecco, da allora porto con me quanto ho battuto...guarda, questo è il dialogo che ho scritto." E gli porse un foglio piegato. Il suo compare lo aprì e vi diede una letta senza leggere. Però. Disse "Però..." "Eh, non male vero?"
Tornando a noi, che pensavamo di trovare nella semiotica cinematografica il modo adeguato per sviluppare la nostra relazione, dovemmo cedere alle lusinghe della carne e gettarci a capofitto sul tuo letto e scioglierci al caldo estivo mentre le zanzare assistevano all'amplesso. Fu un momento topico: stavi per venire, una zanzara si posò sulla tua guancia, la mia mano si mosse prima del mio pensiero. Sbam! Ammazzai la zanzara(invero troppo tardi dato che da essa fuoriuscì una tua goccia di sangue) e ti feci del male. "Sei scemo!?"
Poi venne l'inverno e le cose si fecero più ardue per tutti, anche per i calcolatori poiché non ne volevano sapere di pagare il riscaldamento. Se ne stavano tutti al freddo con una coperta in più sul letto. Un mio conoscente diede una festicciola a casa sua e invitò i primi che trovava, fra cui il sottoscritto, e anche quattro puttane, non di professione s'intende. In frigo aveva solo del formaggio spalamabile Philadelphia con allegata ricetta. Cucinammo a fuoco lento la cena, mentre la fiamma era più viva al di sotto del pezzo di fumo e intorno alle quattro puttane. Gli ingredienti per la festa perfetta erano disposti casulamente nel soggiorno e tutto andò secondo i piani. Eccetto una cosa, che il mio conoscente non aveva previsto, manifestatasi, in una luce immensa e indimenticabile per i presenti, nove mesi più tardi su di un taxi. La cosa che preoccupava di più il mio conoscente però era stata la scarsa qualità di quell'orgasmo e di quell'erezione, che solo qualche mese più tardi gli procurò una gioia che non sapeva esistesse. Eppure al fin di questa favola maldigesta manca un appunto: ero appostato a pochi metri, nel parchetto. Fumavo una sigaretta e pensavo all'inizio di un film western. Arrivò un'auto, scesero quattro ragazzi, si diressero verso il Kebab di Sufyan e si fermarono a metà strada: giunse sul posto un'altra auto, scese un ragazzo, poi un altro, poi una ragazza, poi un'altra. Al rallentì: mezza figura, lei chiude la portiera e volta la testa nella mia direzione, controcampo su di me, primo piano di lei, controcampo su di me, primissimo piano di lei con degli occhi bellissimi. Poi raggiunge gli altri. In otto si dirigono all'interno del locale, ordinano, consumano e se ne vanno.